Alex il medullo nel Paese dei petrocori! Prima parte.

Dopo il mio viaggio di due anni fa in Gallia nel Paese dei Santones, vi propongo un nuovo viaggio in Gallia in scatti e racconti di tre pomeriggi di libertà che ho avuto nel Paese dei Petrocori (i Petrocori era il popolo gallico stanziato nel Périgord di cui il nome di questa antica provincia francese d’antico regime e della città di Périgueux che ai tempi dei Petrocori si chiamava Vesunna, il Périgord corrisponde oggi al dipartimento della Dordogna della regione Nuova-Aquitania).

Nel Paese dei Petrocori non capiscono perché ci sono tutti questi bollettini meteorologici in televisione e sui giornali, perché si devono spendere miliardi di euro in satellite meteorologici, perché ci vogliono supercomputer e squadre di matematici per fare tutte queste previsioni meteo che sono sbagliate due volte su tre. No, nel Paese dei Petrocori non si spende un centesimo, un semplice pezzo di fune a cui sospendete un ciottolo raccolto in strada e avete un centro meteorologico più infallibile di quelli della Nasa:

Il ciottolo è umido/ Pioggia

Il ciottolo è secco/ Niente pioggia

Ombra portata sul ciottolo/ Sole

Macchia bianca sopra/ Neve

Non si vede il ciottolo/ Nebbia

Il ciottolo oscilla/ Vento

Il ciottolo salta/ Seismo 

Non c’è più il ciottolo/ Me l’hanno rubato. 

Estuario: castagne!

Mentre sto raccogliendo qualche castagna da fare lessare per il dessert di stasera, le ghiandaie si mettono a vociferare attraverso tutto il bosco. Sopra lo schiamazzare degli uccelli, sento un altro rumore, una vecchia canzone di Michel Sardou. Il suono mi proviene zigzagando tra gli alberi e le felci bruciate. Aspetto. Una nonna si avvicina, tutta inchinata a destra sotto il peso di un baillot* pieno di castagne, suppongo. Addio drôle**! mi fa la vecchia. Buongiorno signora! rispondo. Vedo che lei ha già fatto una bella raccolta, proseguo sbirciando nel baillot dove ci sono almeno cinque chili di castagne disposti sotto il vecchio radio a transistor che lei viene di spegnere. Pardi! esclama la vecchia, il Médoc non sarà rovinato che le castagne non verranno da mancare quest’anno ancora***. Lei ride. Ma perché aver raccolto tutte queste castagne? A cosa le serve, è per nutrire un reggimento? chiedo. Té pardi, i miei figli, le mie nuore e la mia vicina me le hanno chieste quando ho detto che andrò alle castagne oggi! Mi ribello. Ma non possono andarci loro stessi? Perché non siamo più ai tempi della schiavitù! Lei ride. Fa niente drôle, sono pigri quanto le bisce, e poi a me piace passeggiare nella foresta con la mia radio per farmi compagnia. Lei ride di nuovo. A cosa lei sta pensando signora? Sai cosa mi diverte di più drôle? I miei figli e la vicina mangiano le castagne arrostite! Eh sì, tanto mangiare addirittura dei sassi! Ah sì, rispondo, ho visto la gente mangiarle così sui mercati di Bordeaux, ma non pensavo che questa moda dei selvaggi avesse raggiunto il nostro civilizzatissimo Médoc! Ahi, sospira la nonna. Va bene continuo che le castagne non sanno ancora saltarmi direttamente nel baillot! Addio drôle! Addio signora! E la vecchia accende di nuovo la radio è riparte, indifferente alle proteste delle ghiandaie.

*Cesto in vimini di una volta usato per la vendemmia.

**Buongiorno ragazzo!

***Un detto di una volta dice che, gli anni senza castagne, il Médoc crepa di fame.

Gironda: I due cavalieri di Benauge!

A Londra, dentro la cappella San Giorgio di Windsor, lo stallo più antico è quello del guascone Giovanni di Grailly, il captal di Buch (il signore di Buch), il cavaliere più famoso del XIV secolo di cui il solo nome faceva tremare il Re di Francia e spaventava le sue armate. Erano i tempi in cui l’Inghilterra apparteneva ai duchi d’Aquitania, i tempi della guerra dei cent’anni e dei nostri antenati bordolesi che combattevano l’invasore francese. Oggi, il Paese di Buch è il territorio intorno al Bacino di Arcachon che confina al Nord con il Médoc ma, nel  XIV secolo, il captalat  di Buch (la signoria di Buch) possedeva anche tutte le terre tra la città di Cadillac e le porte Sud di Bordeaux (la Benauge era il nome di questo territorio) e una buona parte del Médoc. Il captal di Buch, Giovanni di Grailly, insieme al principe Nero, vinsero l’esercito francese e catturarono il Re di Francia, il bastardo Giovanni II, alla battaglia di Poitiers ed i trovatori ne fecero delle canzoni. Il castello inespugnabile di Benauge era la dimora della famiglia di Grailly.

In una delle sale del castello, Il vecchio leone, ottantaquattro anni, la schiena dritta come una I, ascolta il giovane marito della nipotina salmodiare la litania dei personaggi che hanno occupato il castello da mille anni. Il giovane uomo perde il filo, balbetta, si perde nei numeri romani dei diversi Giovanni e Pietro. Il vecchio leone sorride, si avvicina e riprende la trama, senza esitare, tale un Re polinesiano che conosce la genealogia dei suoi antenati dalla notte dei tempi. Il vecchio leone dalla voce cristallina è un affabulatore nato e presto mi ritrovo immerso nella vita di Giovanni di Grailly e della sua lotta fino all’ultimo sangue per l’indipendenza della Guascogna. Quaranta minuti di racconto sono  passate in un lampo. Il vecchio leone quasi si scusa del suo entusiasmo, ringrazia e si allontana. Il marito della nipotina mi invita a vedere i resti del torrione, delle tre torri, delle mura e della cappella. La parte più antica del castello è stata venduta a un mercante di pietre alla Rivoluzione e la famiglia del vecchio leone ha acquistato la rovina dopo la prima guerra mondiale. Non posso evitare di fare il parallelo tra la vita di Giovanni di Grailly e quella del vecchio leone. La stessa volontà implacabile. La promessa del leoncino fatta al nonno di salvare il castello. L’immagino, giovane con il fratello, salire in cima al torrione per segare i pini mostruosi che erano cresciuti sul tetto e che minacciavano di fare crollare il torrione e tutto il castello, L’immagino troncare l’edera spessa come una foresta di querce che assaliva il torrione. Immagino tutto questo combattimento per più di trent’anni per salvare il torrione; tutti questi anni a fare lo scalpellino, il muratore, il carpentiere; tutti questi anni di lotta per convincere l’architetto dei monumenti di Francia ad ogni volta che ci voleva spostare una pietra; tutti questi anni di lotta ad assillare gli artigiani che non volevano venire in queste colline sperdute per dei lavori complicati e pericolosissimi; tutti questi anni ad elemosinare fondi all’amministrazione e convincerla che valeva la pena di salvare il castello di Benauge; tutti questi anni a fare visitare il castello, a fare delle confetture, a coltivare la vigna per guadagnare di che continuare un anno di più. Ancora quest’estate, quando l’associazione degli amici del castello ei volontari sono venuti per consolidare il muro di una torre, il vecchio leone si è montato tutto il ponteggio, è sceso nel pozzo che era ostruito per liberarlo e così tutti i volontari hanno avuto dell’acqua fresca. Il vecchio leone non si fermerà mai fino al suo ultimo soffio; ha sistemato l’elettricità nella parte rinascimentale del castello per il matrimonio della nipotina; continua instancabilmente a cercare il passaggio segreto che permetteva di scappare dal castello. Il vecchio leone ha saputo trasmettere il suo entusiasmo ai suoi discendenti. Guardo il paesaggio di colline intorno al castello, il vecchio leone viene a trovarmi per ringraziarmi per la visita, dice che i miei sei euro partecipano alla salvaguardia del castello. Non so cosa rispondere. Ci sorridiamo.

Estuario: Un giorno al faro di Richard.

L’abarèc può essere un relitto, qualsiasi cosa portata dal mare, un mucchio di cose insomma, ma soprattutto l’abarèc era un diritto ancestrale di proprietà degli abitanti del Médoc su tutte le cose che venivano arenarsi sulle loro coste. I medocchini fino all’inizio del ventesimo secolo facevano naufragare le navi. All’abarèc! si gridava appena si vedeva una vela all’orizzonte. Allora, di notte, la gente del paese costiero dove si era vista la nave, passeggiava sulla riva o in cima alle dune con delle luci attaccate ai colli dei cavalli per ingannare la nave e dirigerla verso un banco di sabbia. Una volta la nave arenata, i medocchini solcavano verso di essa con le loro barche a fondo piatto per saccheggiare e derubare la gente di assolutamente tutto fino alle loro mutande. In una notte, non restava assolutamente niente della nave nemmeno un chiodo (un giorno vi porterò a vedere una chiesa costruita con il legno delle navi saccheggiate). Cosa volete! Il Médoc era un Paese povero e ci si crepava di fame. In inverno, ancora oggi, la gente passeggia in riva per recuperare del legno o delle cose portate dalla marea. Ma siamo i discendenti degenerati di una razza antica e invece di navi da saccheggiare, il mare e il fiume ci regalano come abarèc soltanto detriti della civiltà moderna e cani crepati. Il faro che vedete è quello di Richard a Jau-Dignac e Loirac, un paese in riva al fiume che una volta erano tre paesi sull’isola di Jau in mezzo al fiume. L’estuario è un mondo in perpetuo mutamento: le isole hanno la loro propria vita: nascono, scompaiono, crescono, muovono verso la riva o verso il mare, muoiono. Ai tempi dei romani fino al sedicesimo secolo, c’era l’isola di Jau, oggi l’isola è lontano dentro le terre. Pensate che fino alla metà dell’ottocento non c’era di faro per guidare le navi in questa parte del più grande estuario d’Europa, ma un lucignolo sistemato in cima a un albero. Felice tempo dell’abarèc! Se vi arrampicate in cima al faro, tutte le terre che vedete ad ovest verso l’oceano e al nord verso la bocca del fiume, sono state conquistate sul mare grazie agli olandesi che hanno edificato le dighe, scavato i canali, sistemato un sistema complicatissimo di chiuse che funziona ancora oggi. Era ai tempi del bastardo degli d’Albret, il Borbone puzzolente che si nutriva d’aglio e di vino di Jurançon, l’Enrico IV. Ecco perché chiamo questa zona del Médoc: il paese degli olandesi. Prima degli ingegneri olandesi, c’era la marea due volte al giorno fino a Lesparre e forse anche fino alla soglia di casa mia. Un gruppo di vecchia gente, un club della terza età come si dice, sbarca da un autobus e invade le quattro tavole ai piedi del faro per un picnic. Vado a vedere un pescatore sulla diga, lui mi promette una bella spigola di un mezzo metro. Discutiamo il prezzo e ci mettiamo d’accordo. Poi il pescatore è raggiunto da due altri pescatori che escono da una macchina senza patente. Le macchine senza patente ed i plotoni di ciclisti della domenica sono due altre specialità del Médoc. Quando torno verso le tavole, i vecchi, che hanno l’accento di Bordeaux, stanno litigando perché il panettiere ha dimenticato di dare loro le baguette gratis. Tre baguette comprate, una gratis. Invece di sedici baguette ne hanno soltanto dodici. Ma veramente contavano mangiare sedici baguette!  Va bene, le baguette sono presto dimenticate perché è l’ora dell’aperitivo e del moscato del paese che va bene. Le bottiglie si svuotano ed i vecchi sono come i tordi in settembre nelle viti: un po’ ubriachi. Il sacco di pane giace abbandonato a terra. Comunque i vecchi bordolesi ai panini preferiscono le anguille al barbecue con il trito d’aglio e prezzemolo che fa cuocere il giovane che tiene il chiosco delle bevande dall’altra parte della via. Quindici euro il piatto con il gelato offerto. I vecchi traghettano con le loro bottiglie verso il chiosco per rimpinzarsi d’anguille. Beh, anch’io vado a cercarmi un piatto d’anguille e le mangio seduto sulla diga, che bordolese sarei altrimenti? I vecchi hanno prenotato per salire in cima al faro. Va bene, non più di quattro persone alla volta, ne ho per un momento ad aspettare. Vado a fare un lungo giro sulla diga fino alle vestigia della chiesa edificata su un antico tempio romano. Quando torno ci sono ancora dei vecchi che tentano di arrampicarsi fino alla cima del faro. Dai piedi del faro, sento una vecchia dire a un’altra: Ah certo, la gente sotto avrà una bella vista, non ho messo le mutande stamane! Poi, lei esce sul balcone circolare, mi vede e mi grida: non guardare bandito di drôle (ragazzo)! E le due vecchie scoppiano dal ridere come se fossero adolescenti. Finalmente tutti i vecchi sono saliti; ora, aspettando il ritorno dell’autobus, stanno raccontando delle storie toste accompagnate da un ennesimo bicchiere di moscato. Mi dico che quando sarò vecchio, non mi iscriverò mai a un club di questo tipo: non ho la salute! L’alta marea è passata, il pescatore mi fa un gesto che vuole dire: niente spigola oggi. Sull’altra riva, nel lontano la città di Royan, le falesie di Talmont e il paese troglodito di Meschers. Il paese dei gabache, il continente, la Francia insomma. Non credete alle mappe, il Médoc è un’isola. Va bene è tempo di tornare a casa…

Oceano e Covid-19: La poetessa asfaltata!

Sulla vecchia parete di un cinema dei Paesi immobili, tra i vecchi manifesti ingialliti di film usciti prima il covid e un annuncio per fine settembre di una mostra sulla storia delle chancas (trampoli usati una volta dai nostri pastori delle lande di Guascogna ) dal neolitico fino alla metà del novecento, un altro manifesto, quello di una poetessa, attira il mio sguardo. Lei ha scritto una poesia intitolata: Il rischio, la festa e il piacere:

Non sopporto più il silenzio.

Voglio il grido dei tamburi,

Lo scricchiolio delle cosce,

Del sudore fino alla più glaciale delle dita dei miei piedi,

Delle paillette sui cigli che mi impediscono 

Di strizzare gli occhi.

Voglio vedere la folla,

Gli ancheggi indiavolati di persone

Che amo già

Senza conoscerle.

Poiché abbiamo tutti scelto la festa, il rischio è il piacere.

Poi ovviamente qualcuno ha letto la poesia e ha preso una biro per commentare scrivendo semplicemente, sotto il titolo, quattro parole: APPUNTAMENTO AL PRONTO SOCCORSO, ma giuro che non sono io! 😉

Estuario: La leggenda del pettirosso!

Appena esci di casa per lavorare in giardino, c’è sempre un pettirosso per seguirti ovunque; guardandoti da vicino appollaiato sul tuo innaffiatoio o sul tuo rastrello, aspettando che tu gli procuri qualche vermiciattolo. Il pettirosso crede nella tua bontà e si fida di te, mentre stai diserbando, il pettirosso si avvicinerà alla tua mano fino a toccarla come per dire: Dai, facciamo amicizia! Se mangi sulla terrazza o in cucina con la finestra spalancata, il pettirosso accompagnerà tutta la tua cena dal suo canto lamentoso. In inverno, il pettirosso sarà alla tua finestra e ti chiederà qualche briciola di pane tanto esso crede nella tua generosità e quasi lo inviteresti a condividere il caldo del tuo salotto se non ci fosse, ahi, questo cattivo gatto davanti al camino. C’è una leggenda nel Médoc che racconta perché il pettirosso ha il petto rosso. Figuratevi, cari lettori e care lettrici che, all’inizio del Mondo, il pettirosso non assomigliava per niente a quello che vediamo oggi. Il pettirosso, come tutti gli altri uccelli della creazione, era grigio. Gli uccelli erano tutti brutti, rattrappiti, le loro piume non li proteggevano dal freddo e dalla pioggia. Gli uccelli erano tristi e non cantavano molto in primavera. D’altronde non c’era né primavera né d’estate all’inizio del Mondo nel Médoc. Pioveva quasi sempre e, quando non pioveva, il sole non riusciva a filtrare la coltre delle nuvole. Gli uccelli erano sempre bagnati. Avevano freddo. Erano miserabili. Morivano per colpa delle malattie e dei pidocchi. Un giorno, gli uccelli radunarono un’assemblea dove erano presente tutte le razze degli uccelli del Médoc. Il più vecchio uccello di questo Mondo primordiale che era un corvo disse: “La nostra vita non può proseguire in quel modo, ci vorrebbe che l’uno di noi possa volare verso il sole, che voli più alto della coltre delle nuvole, il più alto possibile, così potrebbe catturare un raggio di sole e portarci il caldo. Allora, il più piccolo degli uccelli del Médoc primordiale, lo scricciolo, si portò avanti e disse coraggiosamente: Ci vado io, sono il più leggero degli uccelli e volerò più alto di tutti voi e vi riporterò il raggio di sole. Tutti gli uccelli lo guardarono volare via e lo persero presto di vista. Gli uccelli erano contenti e si misero tutti a cantare, probabilmente, si dicevano tra loro, lo scricciolo è di là delle nuvole e ha già catturato un raggio di sole. Ed effettivamente c’era un raggio di sole che aveva filtrato la coltre e cominciava, seguito da altri, a dissiparla. Gli uccelli si misero a cantare di gioia, ma le aquile del Médoc che avevano già la vista più acuta, videro come un sasso di fuoco che  stava cadendo insieme al primo raggio di sole. E cadeva, e cadeva. Era lo scricciolo che si era troppo avvicinato al sole e che si era interamente bruciato, lo scricciolo arrostito era nudo come al giorno della sua nascita. Allora tutti gli uccelli del Médoc volarono verso di esso e lo presero al volo. Poi andarono ovunque cercare delle piume per coprirlo. E mentre, gli uccelli del Médoc cercavano delle piume, il pettirosso, che era il più grigio di tutti gli uccelli del Médoc, per riparare meglio lo scricciolo, si strinse fortemente contro l’amico che rosseggiava ancora, tanto fortemente che tutte le piume del pettirosso che toccarono lo scricciolo, diventarono rosse come il sangue. Ed è la ragione per cui il pettirosso ha il petto rosso. Da allora, durante gli inverni freddi, lo scricciolo si avvicina del pettirosso e gli dice: Pettirosso vieni a riscaldarti nella casa del mio padre che ci sono ceppi di vite grossi quanto la mia coscia. Il pettirosso ha salvato la vita dell’uccello che ci ha portato il sole quindi anch’io quando fa freddo in inverno, lascio sempre la finestra della lavanderia dove c’è la caldaia, nel fondo del garage, aperta. E vado a rastrellare foglie o vangare un angolo del giardino per permettere al pettirosso di banchettare…  

Bacino di Arcachon: A bassa marea!

Quando i bambini sono stanchi di osservare gli chiurli nei prati salati e che ti chiedono: ma il bagno? Quando i bambini sono stanchi di pescare i granchi alla bocca di un estey* e che ti chiedono di nuovo: ma il bagno? Quando i bambini sono stanchi di costruire castelli di sabbia decorati di conchiglie, di rametti di baccharis e di granchi morti e che ti rompono ancora: ma il bagno? È tempo di varcare la gobba* per raggiungere dall’altra parte uno di questi bacini d’acqua di mare che si riempiono ad alta marea grazie a un sistema di cateratte e che permettono di fare il bagno senza dover aspettare il ritorno della marea. Non lo dite ai gestori degli stabilimenti balneari italiani, ne farebbero incubi! Tutto ci è gratis, il wifi, le tavole con gli ombrelloni per il picnic, i corsi di nuoto per i bambini, le docce, i servizi sanitari, la sabbia bianca, i terreni di sport, la palestra all’aria aperta; poi i bagnini ti prestano volentieri un pallone di volley o ti gonfiano una porta da calcio, oppure aiutano i disabili a fare il bagno grazie alle numerose sedie a rotelle per acqua che sono a disposizione. No, il solo coso che devi pagare sono gli churros* alla bancarella perché hai ancora dimenticato di portare qualcosa per la merenda e che i bambini sono affamati. Poi quando finalmente l’alta marea permette di nuovo di fare il bagno sulla riva Est del bacino di Arcachon, i bambini non ne vogliono più sentire parlare del tuo bagno in mezzo agli chiurli dall’altra parte della gobba e nemmeno della tua idea cretina di abbandonare un giorno il bacino di bagno!

*gobba/diga; estey/fiume che sfocia nel Bacino di Arcachon; churros/pastelle fritte e spolverate di zucchero (contate 5 euro per una dozzina di churros).

“Tutte le lingue hanno numeri semplici poi arriva il francese con quatre-vingt-dix (4 volte 20 più 10).”

Sembra che certi italiani che studiano il francese abbiano qualche problema per i numeri compresi tra 70 (soixante-dix) e 99 (quatre-vingt-dix-neuf). Giacomini era un italiano che aveva aperto, nel 1814, un gabinetto di illusioni, via di Valois a Parigi. Dopo tre anni di successo con dei numeri ottici, nel 1817, questo Giacomini propose un nuovo spettacolo, quello di un cane sapiente milanese, istruito e portato a Parigi da un milanese chiamato Castelli d’Orino. Questo cane, che si chiamava Munito, era un barboncino e diventò sicuramente “l’italiano” più famoso di Francia per un exploit strepitoso che esso fece nel mese di novembre di quel 1817. Si legge nel giornale Il costituzionale alla data del 27 novembe 1817: “Il signor Giacomini, proprietario del gabinetto di illusioni, è andato ieri sera, accompagnato da Munito e dai Canarini, dare una rappresentazione al Palais-Royal dal duca di Orléans. La scienza di Munito e l’arditezza dei Canarini hanno occupato per più di un’ora un cerchio brillante. Il giovane Duca di Chartres ha avuto la fantasia di giocare una partita di domino con l’abile allievo del signor Giacomini e non l’ha vinta.” Ora torniamo all’inizio di questa storia che fece la fortuna e la notorietà di Giacomini. Il successo di  Munito fu immediato ed esso fu presto invitato, e non solo in quello del duca di Orléans, ma in tutti i salotti parigini per le sue capacità fuori dal comune. Munito capiva tre lingue di cui il francese, conosceva i colori, indovinava le carte, era campione di domino, era bravissimo in calcolo mentale, sapeva fare addizioni, sottrazioni e moltiplicazioni difficilissime. Quatre-vingt-dix volte quatre-vingt-cinq e Munito dava al pubblico allibito il prodotto in un lampo. 7650! Beh, oltre al fatto che Munito sia stato un campione di domino, se un cagnolino italiano è riuscito a capire questa storia dei numeri francesi fino a realizzare delle operazioni complesse nella lingua di Molière, mi rifiuto di credere che non possiate con un buon allenamento acquistare la stessa dimestichezza di Munito per contare in francese. 😉