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Covid-19: Intermezzo!

Prima di proseguire con i miei post sul mio soggiorno nel Périgord (che non sono ancora scritti!), vi propongo un intermezzo con un dialogo di stasera con mia madre. Le parole seguite da un asterico, indicano la trasposizione di espressioni francesi in italiano, le parole seguite da due asterici, sono modi di dire tipici di Bordeaux. Addio: buongiorno, ciao, arrivederci…ecc. Tracasseyre significa scocciatore.

Entro in casa, Strega sta parlando al telefono e la sento pronunciare questa frase che mi fa girare i sangui* di un colpo e che mi gela le ossa* e il midollo spinale: Té pardi**, anch’io ho il covid! Interrompo il cicaleccio di Strega. Ma cosa stai dicendo che hai il covid? Che fai allora a casa? Non devi andare in ospedale che sei a rischio con il tuo fottuto diabete? Ed io che ho incrociato almeno trenta persone oggi! Strega mette la mano sul telefono e mi folgora in un batter d’occhio: addio** anche a te tracasseyre**, ora fottimi la pace maleducato che sto parlando con La Tirchia! Mi siedo nella poltrona, pensando già al peggio, a tutte le persone che devo contattare, alla quarantena, aspetto la fine della chiamata. Ma come mai hai il covid che non esci quasi mai da casa? chiedo a Strega. Lei mi guarda come se fossi completamente pazzo. Eh bé**, lei dice come se fossi un ritardato mentale, ricordati sei tu che mi hai portata a fare la vaccinazione. La Tirchia mi chiedeva se avessi avuto il covid perché lei è già alla terza volta! Allora, grazie ai miei tre neuroni che funzionano ancora, qualcosa nel mio cervello si accende e dico: ma non si dice “aver il covid”, non devi dire: ho oppure ho avuto il covid. Devi dire: sono stata vaccinata, mi sono vaccinata, qualcosa del genere e comunque qualcosa dentro che contiene vaccinare o vaccinazione! Perché altrimenti penso che sia stata contagiata dal covid! Strega non è affatto convinta: ma tutte le persone che conosco dicono come dico io! Ma stavo parlando con La Tirchia e lei ha capito molto bene. Solo tu non capisci niente e cosa devo fare? Parlare come quello scemo di ministro della Sanità quando sono al telefono con le mie amiche? Ma smettila di essere tracasseyre** così con me!  Strega si calma e anch’io sento il mio sangue che circola di nuovo normalmente e le mie ossa che si riscaldano*. Dopo un momento di silenzio, Strega chiede: Té**, a proposito, vuoi un caffè? Sì, un caffè e qualcosa contro il male di testa. Strega sorride per la prima volta da quando sono entrato: va bene due caffè e due doliprane!

Alex il medullo nel Paese dei petrocori. Secondo parte.

Un altro nome del gatto in francese è cancelliere (greffier) perché tutti sappiamo che i gatti quando scrivono hanno questa bellissima calligrafia e che possono adottare qualsiasi stile dal monaco copista del medioevo fino allo stile perfetto dell’impiegato dell’anagrafe ai tempi della terza Repubblica. Io scrivo a zampa di mosca come si dice in francese, non mi chiedete di rileggere qualcosa che ho scritto perché non ne sono capace. Nel Paese dei Petrocori, i gatti sono anche bravissimi per inventare giochi di parole e altri calembour tipicamente francesi. Io non potrei nemmeno concepire una barzelletta terza Repubblica da inviare a una guida televisiva per guadagnare cinque euro, non mi verrebbe un’idea anche se dovessi essere torturato a morte. Già non avrei mai la calligrafia di un cancelliere, ma ora scopro che i gatti del Paese dei Petrocori padroneggiano tanto la lingua francese che fanno  calembour bellissimi che sono costretto a rileggere più volte per capirli. Il gatto che troneggia sul suo muretto davanti alla casa, tale una sfinge egiziana, mi guarda con un’aria beffarda. Mi avvicino per leggere cosa la bestiola ha scritto sulla cassetta delle lettere. Leggo: Nella vita bisogna essere timbrato e fiero di lettere. (nb: timbrato significa anche pazzo. Lettere e l’essere sono omofoni in francese: lettre/l’être). Il cancelliere sembra sfidarmi di fare meglio. Alzo le spalle. Sono vinto.

Dopo l’episodio del gatto, continuo la camminata  tra le viuzze fiorite del paese deserto. Ammiro le case a traliccio. I cespugli di vecchie ortensie grosse quanto delle piccole querce, sono sul punto di fiorire. I vasi traboccano di fragole, le rose fioriscono come in giugno. Ovunque la natura è in fiore: distese di aiuole curatissime di astri settembrini e di balsamine di Balfour. Eh, ma lo sanno nel Paese dei Petrocori che ufficialmente siamo a fine ottobre e non in primavera! Una vecchia si avvicina spingendo un passeggino. Oh, non è un nipote seduto nel coso, ma un cagnolino! Non ho mai vista una cosa del genere, una pazza sicuramente! Buongiorno signor, saluta la vecchia. Addio signora, rispondo. Poi la signora inizia a lamentarsi che sono troppi i ventisette gradi di oggi, che non c’è più di stagione, che l’autunno è troppo caldo. Vorrei gridare che nel mio Paese dei medulli, in riva all’oceano, crepiamo di freddo e di umidità, che non ci sono più fiori da almeno tre mesi, che ho acceso il riscaldamento e che il prezzo del gas mi impedisce di dormire la notte, che non mangiamo delle fragole con della panna, ma che da noi, siamo già ai tourin e alle garbure*, che lei non dovrebbe lamentarsi. Ma ovviamente non le dico niente perché sono troppo educato e anzi mi lamento con lei del bel tempo. Va bene, la vecchia è partita. Meno di un giorno nel Paese dei Petrocori che ho già una di questa nostalgia del Paese dei Medulli! Ricordo quello che ha scritto il gatto e forse non ne sono particolarmente fiero, ma timbrato certo che lo sono! 

*La garbure è un minestrone tipico del Sudovest della Francia: grasso d’anatra (per fare soffrigere le cipolle e l’aglio), confit d’anatra, prosciutto, cavolo, fagioli, patate, porri, aglio, cipolle, rape, sale, pepe e un trito d’aglio da aggiungere sopra quando il minestrone è pronto.

Alex il medullo nel Paese dei petrocori! Prima parte.

Dopo il mio viaggio di due anni fa in Gallia nel Paese dei Santones, vi propongo un nuovo viaggio in Gallia in scatti e racconti di tre pomeriggi di libertà che ho avuto nel Paese dei Petrocori (i Petrocori era il popolo gallico stanziato nel Périgord di cui il nome di questa antica provincia francese d’antico regime e della città di Périgueux che ai tempi dei Petrocori si chiamava Vesunna, il Périgord corrisponde oggi al dipartimento della Dordogna della regione Nuova-Aquitania).

Nel Paese dei Petrocori non capiscono perché ci sono tutti questi bollettini meteorologici in televisione e sui giornali, perché si devono spendere miliardi di euro in satellite meteorologici, perché ci vogliono supercomputer e squadre di matematici per fare tutte queste previsioni meteo che sono sbagliate due volte su tre. No, nel Paese dei Petrocori non si spende un centesimo, un semplice pezzo di fune a cui sospendete un ciottolo raccolto in strada e avete un centro meteorologico più infallibile di quelli della Nasa:

Il ciottolo è umido/ Pioggia

Il ciottolo è secco/ Niente pioggia

Ombra portata sul ciottolo/ Sole

Macchia bianca sopra/ Neve

Non si vede il ciottolo/ Nebbia

Il ciottolo oscilla/ Vento

Il ciottolo salta/ Seismo 

Non c’è più il ciottolo/ Me l’hanno rubato. 

Estuario: castagne!

Mentre sto raccogliendo qualche castagna da fare lessare per il dessert di stasera, le ghiandaie si mettono a vociferare attraverso tutto il bosco. Sopra lo schiamazzare degli uccelli, sento un altro rumore, una vecchia canzone di Michel Sardou. Il suono mi proviene zigzagando tra gli alberi e le felci bruciate. Aspetto. Una nonna si avvicina, tutta inchinata a destra sotto il peso di un baillot* pieno di castagne, suppongo. Addio drôle**! mi fa la vecchia. Buongiorno signora! rispondo. Vedo che lei ha già fatto una bella raccolta, proseguo sbirciando nel baillot dove ci sono almeno cinque chili di castagne disposti sotto il vecchio radio a transistor che lei viene di spegnere. Pardi! esclama la vecchia, il Médoc non sarà rovinato che le castagne non verranno da mancare quest’anno ancora***. Lei ride. Ma perché aver raccolto tutte queste castagne? A cosa le serve, è per nutrire un reggimento? chiedo. Té pardi, i miei figli, le mie nuore e la mia vicina me le hanno chieste quando ho detto che andrò alle castagne oggi! Mi ribello. Ma non possono andarci loro stessi? Perché non siamo più ai tempi della schiavitù! Lei ride. Fa niente drôle, sono pigri quanto le bisce, e poi a me piace passeggiare nella foresta con la mia radio per farmi compagnia. Lei ride di nuovo. A cosa lei sta pensando signora? Sai cosa mi diverte di più drôle? I miei figli e la vicina mangiano le castagne arrostite! Eh sì, tanto mangiare addirittura dei sassi! Ah sì, rispondo, ho visto la gente mangiarle così sui mercati di Bordeaux, ma non pensavo che questa moda dei selvaggi avesse raggiunto il nostro civilizzatissimo Médoc! Ahi, sospira la nonna. Va bene continuo che le castagne non sanno ancora saltarmi direttamente nel baillot! Addio drôle! Addio signora! E la vecchia accende di nuovo la radio è riparte, indifferente alle proteste delle ghiandaie.

*Cesto in vimini di una volta usato per la vendemmia.

**Buongiorno ragazzo!

***Un detto di una volta dice che, gli anni senza castagne, il Médoc crepa di fame.